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1 maggio 2012

Il Messaggio, l'esempio e la Via

Recentemente con l'amico LUIS riflettevamo su una cosa importante.
Si fa un gran parlare di O Sensei, tra Aikidoka, ma troppo spesso ci si riferisce ad aspetti ingannevoli di quella figura.
Il suo Hanmi era così, il suo Ikkyo cosà, usava le armi ispirandosi a questa scuola, si scaccolava con il mignolo o l'indice...
La classica storiella di chi guarda il dito mentre gli indichi una bella ragazza.




A conti fatti, la biografia di Morihei Ueshiba non la conosciamo VERAMENTE.

Un certo Stevens è stato scritturato dai suoi discendenti per descrivere alcune parti della sua vita e per tirarne fuori una figura decisa a tavolino.

Un po' come hanno fatto con Gesù, San Francesco o Totò.

Negli ambienti più smaliziati, si sa bene che O Sensei praticò varie scuole di Jujutsu e Kenjutsu e che si cimentò negli atemi come nella lotta a terra, nella naginata come nella baionetta e che non vinse esattamente tutti i combattimenti che affrontò.

Ma questo è irrilevante.

 E rende irrilevante decretare quali fossero i suoi strumenti di lavoro.
Morihei aveva l'esperienza e la capacità di adeguarli alle sue esigenze, raggiungendo sempre il suo scopo al di là della forma.

La questione è un'altra.

Ad un certo punto del suo percorso marziale, Morihei sente di dover lasciare un messaggio.


La sua cultura personale e quella del suo popolo gli hanno insegnato che c'è un sol modo perché un ideale abbia il peso desiderato: l'esempio.

Quindi O Sensei comincia a diffondere un'immagine, quella che ha in mente, con l'esempio e con l'insegnamento.

L'immagine che vuole passare è quella di una pratica vissuta con uno spirito differente.

Un Budo di adattamento, di ascolto dell'altro, sia sul piano fisico che su quello interiore.

Un'azione di fusione, nata per fini strategici, ma che sfocia irrimediabilmente nella comprensione e nella compassione.

Qualcosa che O Sensei si ostina a chiamare "Amore" e che il mondo leggerà con accezione Romantica.







Nel suo percorso evolutivo, Ueshiba parlò di tempo fulmineo, di percezione del proprio centro, di consapevolezza di sé e del mondo, di armonia, di energia, di sentire l'altro evolvendolo da "avversario" in "compagno".

Mai,però, pronunciò le parole "Dolore", "Sofferenza", "Leva articolare", "Spezzare", "Rompere", "Distruggere".

Non parlò mai di forzare la situazione o il compagno e non fece mai nulla che desse priorità alla tecnica che aveva in mente piuttosto che alle condizioni proposte dall'attacco.

Non lo fece lui e non lo fecero altri prima di lui.
Musashi,che non era esattamente il buon padre di famiglia, utilizzava le stesse parole di Morihei.




L'immagine che vediamo oggi nei video del fondatore, è quella di un vecchietto che gesticola e la gente che gli cade intorno.

Un'immagine quasi finta, tanto è incomprensibile.

E' l'immagine che lui ha voluto che ricevessimo.

Avrebbe potuto colpire in faccia uke e mettergli in leva un gomito.

Non lo fece.




Questa è l'immagine che io voglio tenere per la mia pratica.

Voglio che i miei uke non sentano dolore.
Voglio che non possano stare in piedi e che si sentano controllati in ogni istante.
Ma voglio vederli ridere come bambini mentre cadono senza capire come.

E' per questo che pratico subito con i principianti un po' di Jyuwaza.

E mentre ridono tra stupore e curiosità, chiedo loro "Ti sei fatto male?" "No!" "Bene. Questo è Aikido!"

Per me questa è la strada che O Sensei ha tracciato.

Possiamo percorrerla a piedi, in bici, in auto o in moto.

Possiamo correre a perdifiato o passeggiare tranquillamente.

Possiamo camminare dritti o a zig zag.

Ma dobbiamo impegnarci a non uscire fuori da quella Via.

E, esattamente come faceva lui, dovremmo cercare di attraversarla col sorriso.







13 novembre 2011

Morihei, l'Irimitenkan ed il cappello di Indiana Jones

La prima cosa che si impara salendo su un tatami di Aikido, è notoriamente l'irimitenkan.
Ripetuto centinaia di volte.

E' uno di quei must che non puoi non avere.

Grossomodo come fare l'esame di anatomia a medicina, assaggiare il gelato fritto al ristorante cinese, capitare casualmente su un sito XXX cazzeggiando per la rete...




Accompagnato da tante bellissime didascalie, quali "l'Aikido è circolare!", "La sfera dinamica!" o ancora più pittorescamente, "Sparire e riapparire alle spalle dell'avversario!".

Per anni quindi, ci alleniamo nel perfezionare questo taisabaki, controllandone la simmetria, disegnando alla perfezione l'arco di 180 gradi, bilanciando costantemente la distribuzione dei pesi, forzando al massimo l'irimi per restare perfettamente in linea con l'attacco, e abbinando al tutto la corretta respirazione.

Qundo finalmente ci sentiamo cintura nera di irimitenkan, con un allenamento alle spalle tale da poter ruotare alla perfezione anche ad occhi chiusi, saliamo sul tatami on una freccia sempre incoccata al nostro arco.

Al primo che ci saluta, rispondiamo con un irimitenkan degno di una ballerina professionista!





Mi ricordo che per molto tempo ho considerato l'allenamento di I.T. in solitaria come il succo stesso della pratica dell'Aikido.

Ore ed ore passate a consumare piedi, ginocchia e tappeti di casa mia.

Un giorno, poi, il delitto supremo.

Leggendo un libro su O Sensei, mi capitò una frase nella quale si diceva che lui praticava O irimi, O tenkan, ma mai irimitenkan di seguito.

C'era scritto che questo taisabaki era stato introdotto a scopo formativo da suo figlio, e che molti dei suoi allievi lo avevano adottato come propedeutico di base.

Devo dire che se gli occhi non mi caddero sulla carta in quel frangente, difficilmente mi potranno cadere in futuro!





Non ho bisogno di raccontarvi che presi tutte e 25 videocassette su Morihei dalla nostra libreria e passai varie ore a spulciarle per ritrovare un Irimitenkan completo.

Niente. Nisba. Niet.Zero.

Così passai un lungo periodo della mia vita alla ricerca dell'Irimitenkan perduto.
Cappello e frusta a parte, ero una sorta di Indiana Jones dell'Aikido!




Cosa è venuto fuori?

Che effettivamente in azione è impossibile agire con un irimitenkan puro.
L'irimi sulla linea tiene tori esposto all'attacco per troppo tempo.
E non crea nessuno spazio entro cui portare uke in disequilibrio durante la rotazione.

E il tenkan completo, passa attraverso una serie di shikoku (angoli morti), senza utilizzarli, per terminare in linea col compagno, nell'unica posizione in cui anche uke rispetto a tori è in shikoku.





Guardando quei maestri che non hanno utilizzato l'irimitenkan come pilastro, essi si servono di un taisabaki simile in apparenza, ma molto molto differente in pratica.

Se fanno solo Irimi, è un movimento profondo e tagliente.
Se fanno solo tenkan, spostano l'uke nel punto in cui essi si trovavano prima di muoversi.
Quando però sembra che abbinino entrambi i movimenti, in realtà non fanno i rimi, ma semplicemente scambiano le gambe uscendo un minimo dalla linea dell'attacco.
Quando poi ruotano, si muovono sempre su mezze rotazioni, mai su piroette complete.





Sono vari anni che utilizzo questo sistema di movimento al posto del classico IT.

Trovo che le possibilità che esso offra nel creare instabilità nell'attaccante, e nel chiudere ogni apertura, siano praticamente infinite.

Me lo conferma,solitamente, la faccia del mio uke quando entriamo in connessione su yokomenuchi,per esempio...
E stressa molto meno i legamenti del ginocchio.





Ma il punto non è quanto sono bravi i maestroni, o quanto un movimento è migliore di un altro.
Piuttosto, quanto sia importante mettere in discussione anche ciò che è nelle premesse della pratica, per trovare soluzioni innovative, fisiologicamente migliori, più efficienti e naturali.

E per aprire nuovi orizzonti ad una disciplina che vive troppo spesso, diciamocelo, di luoghi comuni ed intoccabili preconcetti.