1 aprile 2012

La Spada, il pugno ed il dito nel naso.

I gruppi di aikidoka spesso non sono così diversi dagli alcolisti anonimi.

Solo che si incontrano per condividere ed alimentare frustrazioni ed onanismi mentali, piuttosto che per il sincero desiderio di uscire dal tunnel, o il sadico piacere di raccontare le proprie bevute a chi sta cercando di smettere.

Di tanto in tanto per la rete, al telefono o davanti ad una pizza, il mondo dell'Aikido subisce i corsi e ricorsi storici delle mode e tornano nel piatto come avanzi putridi e vermiscenti, sempre gli stessi argomenti discussi per anni e mai risolti.
I classici nodi, che quando vedono il pettine,invece di sciogliersi, si ingarbugliano ancora peggio...




Recentemente è tornato in voga l'argomento "Atemi", liberamente traducibile come "Cartone","Pizza", "Crocchia" o "Papagno".

Meno liberamente, si può parlare di "Colpire il corpo".


Può una persona che decide di studiare Aikido, rispondere ad un attacco con un Atemi?
Può servirsi di un colpo ben assestato per mettere la parola fine alla persecuzione di un uke troppo ossessivo?

Soprattutto, credo davvero di risolvere l'antico dilemma in qualche rigo di post????

Assolutamente no.
 Come sempre, non voglio vendervi la mia verità.
Preferisco immaginare di aver stimolato un paio di riflessioni ed avervi avvicinato di qualche cm alla vostra.

Morihei parlava di Irimi ed Atemi senza differenza.
Ripeteva sovente che l'Aikido è composto dell' 80% di Colpi.
Il che decreta immediatamente quale fosse la sua idea...




La mia è che c'è bisogno di qualche chiarificazione.

L'Aikido allena innanzitutto un'attitudine mentale, che è quella del Non Ego.

L'Aikidoka non dovrebbe avere nessuna necessità di ferire l'altro gratuitamente.
La sua chiarezza mentale, il suo spirito tranquillo, l'assenza di ego vendicativo, dovrebbero fargli bastare il non essere ferito.
Quindi il controllo è basato sul dissipare ed annichilire il gesto e l'intenzione dell'attacco, non l'attaccante come uomo.

In termini pratici, l'idea è che in Aikido non si insegna ad aprire la guardia o il contatto di uke per poterlo colpire senza problemi.

Se uke tiene il contatto e mantiene la guardia, un tori "puro" non dovrebbe morire dalla voglia di spezzarlo per poter lanciare una scarica di pugni.




Ma che succede quando è uke ad aprire la sua guardia per attaccare ancora?
Come si comporta tori quando percepisce la volontà di uke di attaccarlo ancora, ma non c'è nulla tra le sue mani ed il centro dell'altro?

L'Aikido è figlio delle armi.

Come ci si comporta quando qualcuno ci attacca entrando nel nostro Ma Ai, la distanza del colpo, tenendo la spada tanto caricata da non essere in guardia?

Lo si trafigge.

O si prende contatto con la lama sul suo corpo, in modo da fargli capire che la sua vita è appesa ad un filo come quella di un colombo sordo nel motore di un aereo.




La tecnica è il risultato di due perfezioni.

Tori che chiude le aperture e si posiziona per rompere l'equilibrio di uke, ed uke che chiude le sue aperture, riprende l'equilibrio e riprova ad attaccare.

Non c'è spazio per l'errore, quando ci si allena con le lame.
Un chilo e mezzo di acciaio affilato in un braccio ha un enorme potere dissuasivo...

A mani nude, l'attitudine rimane uguale.
Se le tue cellule considerano l'errore come il fratello gemello della morte, che ci sia una spada, un coltello o un a temi ad aspettarti al varco, continuerai a muoverti sempre con la stessa attenzione, concentrazione e coi sensi a 360%.

In questa accezione, però, appare chiaro come il giorno che l'Atemi viene utilizzato per chiudere un'apertura, non per crearla.

Yamaguchi Sensei parlava di "sanzione", per capirci...



Dunque la mia risposta è si, l'Atemi in Aikido esiste, ed ha un aspetto educativo rilevante, perché non solo ci permette di coprire degli spazi che l'attaccante ha dimenticato aperti pur di attaccare, ma insegna a tori ed a uke a vedere le aperture, a non trascurare le proprie ed a cogliere al volo quelle dell'altro.

Ma non si può pensare che chiudere una mano e distenderla significhi assestare un pugno.

Se crediamo che in movimento potremmo dover utilizzare tsuki, piuttosto che yokomen o che dovremmo poter infilare un dito nel naso di uke, questi gesti vanno curati non di meno delle cadute, del tai sabaki o dei waza.

Se si accetta la loro necessità, gli si riconosce la dignità di ogni altra area.

Dunque allenarsi allo specchio, coi colpitori, coi sacchi pesanti o i makiwara diventa automaticamente parte del programma, direi...

Colpire in maniera Aiki, utilizzando il peso del corpo, le spalle basse, le braccia rilassate ed i movimenti controlaterali.



Abituarsi a farlo senza pensiero, senza cercarlo a tutti i costi e senza voler afferrare il braccio che se ne va e crea lo spazio per un attacco.

Esiste però un'altra concezione dell'Atemi.
Atemi come "Ataru".

Ataru è la pressione del centro attraverso il punto di contatto.

L'acqua, che preme costantemente contro le pareti della diga.

Preme senza pensare di farlo.
Preme adattandosi alla forma della diga stessa.
E scorre immediatamente non appena questa si apre.

Quando la pressione non arriva da uke verso tori, è tori che la genera in direzione del centro di uke, dopo aver costruito la sua struttura su un angolo vantaggioso.

Una pressione alla quale uke deve rispondere per forza respingendo, ricreando così la connessione o aprendo un varco, permettendo a tori di passare, di chiudere la sua azione sul centro e proiettare.

"Irimi".

11 commenti:

  1. Quest'articolo è uno splendido condensato dei principi dell'Aikido, almeno per come la vedo io.
    1)La tecnica è il risultato di due perfezioni.

    Qui c'è la fusione dei ruoli, il cammino libero di ricerca, il principio a cui tendere etc.

    2)Se si accetta la loro necessità, gli si riconosce la dignità di ogni altra area.

    Questo dirime ogni discussione sugli stili, ognuno persegue un'idea, la sua pratica il suo allenamento sarà conseguenza dell'obiettivo posto. Quindi p.e. se vuole un Aikido da combattimento, ci si dovrà allenare a combattere.
    Se si vuole la DP si dovrà porre scenari e lavori specifici per quella.
    Quello che voglio dire è che non basta inserire atemi nel programma per poter dire: il mio aikido è più reale. Bisogna allenarlo con persone che siano in grado di combattere e combattere con loro "sul serio". Viceversa si chiama illusione.
    3)Atemi come "Ataru".
    Questo è il principio principe ed anche il più difficile da raggiungere ed in ogni caso sarebbe bene comprendere che non riesce sempre, che è qualcosa a cui tendere.
    Ma volendo si può studiare scientificamente, il solito problema è: molti pensano che la conoscenza tecnica corrisponda ad una conoscenza pratica.
    Non è asssolutamente così. Nella pratica la variabile la fa l'allenamento dove la teoria tenterà di essere applicata, ma si scontrerà con mille variabili (basta guardarsi il video di Tohei sensei col judoka, oltretutto una pippa).
    E non c'è niente di strano in questo.
    L'illusione della perfezione, dell'imbattibilità, dell'arte suprema lasciamola agli illusi.
    L'Aikido è un ideale, una rivoluzione in un ambiente fossilizzato dagli stili, da maestri imbattibili, da praticanti illusi.
    L'Aikido esiste in qualsiasi disciplina, in qualsiasi tecnica, ma è difficile...direi impossibile da esprimere sempre.
    Tramutare uno scontro in un'occasione di crescita non è retaggio solo dell'Aikido.
    Atemi e irimi non è retaggio solo dell'aikido.
    La distruzione ed il controllo della struttura avversaria non esiste solo nell'Aikido.
    La morbidezza ed il miglior uso della forza nostra e dell'avversario non è esclusiva dell'Aikido.
    Esclusivo dell'Aikido è l'accettazione dell'altro e del suo portato, il ringraziarlo dell'occasione di crescita e la consapevolezza che il nostro cammino è solo un percorso di purificazione ed unione.
    Se per raggiungere questo stato "individuale" abbiamo bisogno di darci mazzate ...va bene, se abbiamo bisogno di studiare 10000 tecniche... va bene, se passiamo il tempo a non farci piegare un braccio...va bene.
    NON va bene quando voglamo costringere l'altro a credere in quello che crediamo noi.
    NON va bene quando illudiamo l'altro con effetti speciali.
    NON va bene quando non rispettiamo l'altro, e non perchè manchiamo di reishiki, ma quando vendiamo qualcosa che non è. Tipo mettere un atemi su shomenuchi per fare ikkyo e dire che solo così funziona. Quando nessuno ti darebbe uno shomenuchi così aperto da consentirlo(magari anche nessuno ti attaccherebbe con uno shomenuchi, ma questo è un altro discorso).

    Sento e leggo continuamente diatribe sull'efficacia dell'aikido, di una scuola piuttosto che un'altra. Ma che palle...
    Siete così sicuri? Bene confrontatevi. Ci sono gare di Grappling o di BJJ in cui è consentito tutto salvo gli atemi, ma non ho incontrato nessuno di questi soloni su quei tappeti.
    Ci sono gare di MMA grappling dove è consentito tutto compreso gli atemi, ma non ho incontrato nessun aikidoka super sayan su questi tappeti.
    Come dice il buon Fabio... si vogliono gli atemi? Andeteli ad allenare, ma non con gli aikidoka!
    Scusa lo sfogo Fabio, ma ultimamente ho difficoltà a definirmi aikidoka visto l'ambiente che ci circonda.

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  2. ottimi spunti di riflessione maestro :)

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  3. In maniera più rozza e analitica è lo stesso discorso che faccio ai mei allievi. lo condivido con umile deferenza.

    carlo

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    1. L'umiltà è ben accetta, la deferenza molto meno!!!^_^
      Usalo a tuo piacere,amico mio, e se ritieni, commenta per completare il mio scritto!

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  4. Vorrei premettere: quello che dirò non è assolutamente riferito al maestro del video ed all’arte praticata, ne vuole disprezzare in alcun modo il Daito o il Maestro.
    Ma si riferiscono (le critiche) solo al discorso di chi dice: ”alleniamo gli atemi”, “abbiamo gli atemi e siamo l’AM suprema”, “con gli atemi ammorbidiamo uke e poi…”

    http://www.youtube.com/watch?v=yyO-jptgjx8

    Attaccare così con una spada è come dire: dai uccidimi che io non ne ho voglia. Shionage poi non ne parliamo, ma veramente qualcuno pensa di poter riuscire a fare shionage in quella maniera in combattimento? E non sto parlando dell’esecuzione “statica”, ma proprio delle linee inapplicabili e pericolose in una situazione di combattimento. Shionage è una tecnica applicabile solo quando l’avversario oramai è praticamente morto. Scegliere di far shionage è a quel punto solo un modo per non farlo sentire troppo inetto.

    http://www.youtube.com/watch?v=XWVjythK6SY&feature=related

    da min 5 circa vari strani atemi, ma veramente si pensa che allenare simili cose sia utile ad altro che ad una ricerca storica? Dignitosa, importante, ma per favore non confondiamo questo con un allenamento al combattimento

    Questo è allenamento al combattimento :

    http://www.youtube.com/watch?v=q5cxoI9vmDM&feature=fvst

    questo per chi pensa che chi sa tirare pugni e ginocchiate …poi si faccia incartare con shionage:

    http://www.youtube.com/watch?v=TzpprodsEu0&feature=player_embedded

    questi invece allenamenti di lottatori:

    http://www.youtube.com/watch?v=SbC6X_JyE1s&feature=related

    http://www.youtube.com/watch?v=HyilD8wNxlA&feature=relmfu

    Tutto questo per dire che…
    Bisognerebbe tornare con i piedi per terra e capire che la nostra bella arte è importante come principio filosofico, ha importanti principi biomeccanici/strategici…ma se si vuole combattere bisognerebbe allenarla in altro modo.
    Voi mi chiederete: ma perché parli di combattimento?
    Perché se io ti do un braccio e tu me lo alzi e mi pianti un papagno nelle costole sarebbe come dirmi...combatti.
    Cosa diversa è l’atemi come “sanzione” per far capire un’apertura, per dissuadere l’altro a reazioni sbagliate, per “svegliare” un uke addormentato, per “creare” distanza e tempo, per far capire a tori che ad un attacco può seguirne un altro…etc
    Ma tutto questo è UNO STUDIO, l’allenamento è altro.
    Cioè non basta far vedere una tecnica, un movimento, una forma CON l’atemi, per far in modo che chi studia sia capace poi di FARLA realmente, bisogna (se si vuole) allenare i movimenti secondo metodi che non sono certo quelli che vanno per la maggiore nel nostro ambiente.

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    1. Io credo di aver capito una cosa. Chi si avvicina all'Aikido vuole studiare il combattimento, comprenderne le meccaniche e le strategie, ampliare la consapevolezza delle proprie potenzialità, divertirsi, ridere e stare bene.
      Una percentuale rasente allo zero vuole VERAMENTE combattere.
      Me ne sono accorto negli anni, con i miei studenti.
      Sono disposti a lavorare sodo e ad esserci sempre, purché non si parli di preparazione atletica finalizzata, o di allenamento efficace, finalizzato a far entrare seriamente una tecnica.
      Ovviamente, a parte tutti i discorsi, qualcuno che creda davvero di entrare con shihonage in azione, non dico di combattimento, ma perlomeno libera, è un caso manicomiale.
      Ma si sa, chi nasce kondo,pardon, tondo, non muore quadro....

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    2. pienamente ... concordo.

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  5. Vorrei anche dire che una fonte di molte incomprensioni è l'applicazione della didattica shu-ha-ri:

    http://www.judo-educazione.it/ricerche/shuhari1.html

    nelle discipline nipponiche.

    Apprendere una forma a pappagallo, per poi distaccarsene ed infine rinascere con una cosa nuova, ma mantenendo i principi della disciplina è lavoro arduo e presuppone molta intelligenza e capacità.
    Una volta solo pochi in giappone arrivavano a questo e chi ci arrivava aveva veramente gli attributi per farlo.
    Oggi chiunque possiede un ego spropositato che gli fa pensare di essere "unico" e di poter fare questo. Le federazioni/eps/associazioni gli permettono, aldilà delle effettive capacità, di presentare qualcosa di nuovo di originale, di efficace.
    La nostra disciplina, non avendo momenti di vero test, a sua volta fa in modo che ogni cosa possa "funzionare".
    Ultimo problema è rappresentato dalla stupidità dei praticanti nel non voler mai mettere in discussione gli insegnanti ed i loro insegnamenti/metodi. Anzi spesso nel seguire come automi lavori che hanno una loro validità , ma solo in certi contesti e per certe qualità.
    Faccio l'esempio di Endo sensei. I suoi lavori sono interessantissimi, la sua (personale) validità è fur di dubbio, ma molti suoi allievi cosa fanno? Interpretano quel lavoro diventando dei manichini che ti seguono qualsiasi cosa fai, qualsiasi movimento compi te li ritrovi morbidamente attaccati. Bello, anche gratificante...peccato che non serva a migliorare chi pratica se fatto così.
    E da che viene questo?
    Dal fatto che un signore(Endo) giustamente lavora qualcosa al SUO livello (di shu-ha-ri), e qualche altro pretende di essere e lavorare su quel livello dimenticando quale sia il proprio.
    Vero è che anche l'insegnante dovrebbe far capire questo e stimolare gli allievi su di una propria strada...ma qui entra in gioco la cultura shu-ha-ri e cioè impara ripetendo zitto e poi forse un giorno chissà.
    Ma forse noi, essendo occidentali, dovremmo cominciare a staccarci da queste forme osolete di allenamento o praticarle come forma di rispetto alla tradizione , ma consapevoli dei loro limiti.

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  6. http://www.youtube.com/watch?v=Z-0RFvgy7-0&feature=related

    video interessante come anche i vari commenti. Nel 1950 Thoei aveva
    30 anni

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